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sabato 30 giugno 2012

Il Sati

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador

Sati è il nome della prima moglie di Shiva, morta suicida per uno sgarbo subito dal padre Daksha.
Egli infatti decise di organizzare un grande sacrificio, al quale invitò tutte le divinità, tranne la figlia e suo marito Shiva, a causa del fatto che disapprovava il comportamento ascetico del genero.
Sati, molto irritata da tale affronto, decise di recarsi lo stesso ad assistere al sacrificio, in quanto, essendo figlia dell’officiante, riteneva non avesse bisogno di alcun invito.
Shiva invece, ben contento di poter continuare a meditare sul Monte Kailash, decise che se quello era il volere del suocero, l’avrebbe assecondato volentieri e lasciò che Sati andasse da sola.
Una volta giunta nel luogo stabilito per il sacrificio, Sati ebbe un’accesa discussione col padre, il quale insultò a tal punto Shiva che lei, in un accesso di rabbia, distrusse i preparativi del sacrificio e si suicidò buttandosi nel fuoco sacrificale che era stato appena acceso.
Quando Shiva venne a sapere del’accaduto si recò inferocito sul luogo del misfatto, accompagnato da una schiera di demoni, uccise il suocero, completò la distruzione del sacrificio e, preso sulle spalle il corpo della sua amata, iniziò a volare tra i cieli distruggendo tutto quello che incontrava.
Gli dei, impossibilitati a fermare la sua furia, chiesero allora aiuto a Vishnu (che rappresentando la Conservazione è l’unico che può opporsi alla Distruzione-Shiva), il quale lanciò il suo disco divino sul corpo di Sati, che iniziò a rompersi e i cui pezzi caddero sulla terra.
Infine Shiva fu definitivamente placato quando gli fu assicurato che ella sarebbe ritornata a lui, ed infatti la nota Parvati non è altro che un’incarnazione di Sati.
Da questo interessante episodio mitologico si possono trarre alcuni spunti sia religiosi-spirituali, che socio-culturali.
Ad esempio, lo smembramento del corpo di Sati ha dato vita alla nota tradizione induista degli shakti peetha, 54 luoghi sacri dove si presume siano caduti i pezzi della dea, che si trovano sparsi in tutto il subcontinente indiano, compresi Pakistan, Nepal e Bangladesh.
E seppur la tradizione sia molto antica, ancora oggi la maggior parte di questi templi sono importantissimi luoghi di culto per le divinità femminili, quali Durga e Kali.
Dal punto di vista socio-culturale, la parola sati viene utilizzata per descrivere la tradizione delle donne indiane, specialmente di casta alta, di immolarsi sulla pira del marito, come segno di devozione totale al coniuge.
Seppur in realtà il riferimento alla storia mitologica sia poco preciso (cambia il motivo del suicidio di Sati e il fatto che Shiva sia vivo) e la pratica non era universalmente accettata, fu abbastanza diffusa e fu solo grazie agli inglesi, nella seconda metà dell’800, che fu dichiarata illegale.
In molti casi, infatti, pare si trattasse di solito di atti volontari, ma non erano pochi i casi in cui la moglie vi era costretta dalle circostanze, cioè trovarsi completamente sola, abbandonata e magari osteggiata, e talvolta era addirittura obbligata con la forza.
Anche dopo l’indipendenza dell’India dall’Inghilterra le leggi che proibiscono tale pratica sono diventate sempre più severe visto che, purtroppo, ancora oggi, talvolta capitano alcuni “casi di sati”.
Se le autorità vengono avvertite in tempo, di solito i poliziotti intervengono e arrestano tutti i presenti (è reato anche solo assistere a tali infausti eventi), e soprattutto distruggono santuari o altari che in genere vengono eretti sul luogo del sacrificio, per evitare che si crei un culto che sarebbe poi difficile da interrompere.
Le donne che commettono il sati vengono infatti venerate alle stregua di divinità, per aver avuto il coraggio e la devozione per sacrificarsi per il proprio marito, tenendo anche presente che, secondo l’induismo, il sacrificio della moglie garantisce all’uomo una rinascita “superiore”.
Ancora oggi sono molti i templi, soprattutto nelle zone rurali del Rajasthan e del Bengala, dedicati a donne che hanno commesso il sati, costruiti sul luogo del sacrificio e dove talvolta vengono rappresentate come una donna seduta a gambe incrociate sopra al fuoco di una pira.
Nella città di Benares, da sempre luogo propizio per morire e per essere cremati, si possono notare invece numerosissimi altarini sparsi lungo i ghat, dove viene rappresentata una coppia, uomo-donna, in piedi e indicano il punto esatto in cui è stato commesso un sati.
Presso i due campi crematori di Manikarnika Ghat e Harischandra Ghat, questi altari sono particolarmente numerosi, ma si possono trovare lungo quasi tutti i 7 chilometri di lungofiume, da Assi Ghat a sud fino al Raj Ghat a nord.
 


giovedì 28 giugno 2012

Profumo di donna

Dopo una bella serata trascorsa ieri con il regista Ugo Gregoretti, padre di Filippo, amico e prossimo autore della Viverealtrimenti con la raccolta Cronache psicogeografiche, storie di ordinaria schizofrenia (di Pippo abbiamo già pubblicato alcuni estratti su questo blog, cliccare qui), ho pensato di riprendere il filone cinematografico di Viverealtrimenti. Parlavamo ieri di quello che io considero un capolavoro del cinema italiano: Profumo di donna, di Dino Risi, con Vittorio Gassman (1974).
E' fortunatamente disponibile su you tube, pur frammentato in 5 puntate.
Di seguito una breve scheda del film, scaricata da You Tube:

Profumo di donna è un film del 1974, diretto da Dino Risi, tratto dal romanzo Il buio e il miele di Giovanni Arpino.
Presentato in concorso al Festival di Cannes 1975, è valso a Vittorio Gassman il premio per la migliore interpretazione maschile. Ai premi Oscar 1976 ricevette due nomination come miglior film straniero e migliore sceneggiatura non originale.Dramma della solitudine firmato da Risi e interpretato da uno strepitoso Gassman
In permesso premio, il soldato e studente Giovanni Bertazzi si ritrova ad accompagnare Fausto, capitano non vedente in congedo, in un movimentato itinerario da Torino a Napoli. Ma scopre ben presto che il suo compagno di viaggio non è un uomo qualunque. Intelligente, fiero, pieno di vita nonostante il suo impedimento, Fausto svela sin dalle prime battute la sua grande passione: le donne. Si vanta di riconoscerle dal profumo e, col suo prodigioso intuito, lascia a bocca aperta il suo giovane accompagnatore, mostrando di sapere veramente tutto del gentil sesso, come della vita. Ma, una volta a Napoli, ad attenderlo è Sara, molto più giovane, e segretamente innamorata di lui. Fausto la respinge con crudeltà, con lo stesso cinismo che ha dimostrato a Giovanni lungo il viaggio. Eppure, dietro la maschera di sarcastico viveur, il capitano nasconde un ultimo, inconfessabile desiderio. Dal romanzo di G. Arpino, un dramma travestito da commedia. È una storia di solitudine, solo apparentemente giustificata dalla condizione soggettiva del non vedente. L'isolamento di Fausto ha radici ben più intime e profonde. La sua cecità diventa paradossale nel confrontarsi coi suoi simili che, pur avendo occhi per vedere, non sono in grado di "guardare" al di là delle apparenze, come Giovanni quando, durante la sosta a Genova, scambia per donna un travestito, o quando non comprende l'infedeltà della sua ragazza; come il cugino sacerdote, che tenta di giustificare il male con le sue artificiose parole di fede, quelle che Fausto considera "balle, retorica"; come l'amico Vincenzo, altrettanto non vedente, ma privo della perspicacia che contraddistingue il capitano. È tutto un mondo di "ciechi", sembra dire il regista, mentre l'unico a vederci chiaro è chi non si ferma all'idea della percezione visiva. Solo Fausto infatti intuisce il dolore che si cela nella realtà, e proprio in questa coscienza, che lo separa dal mondo circostante, risiede la sua vera solitudine. "Sono l'undici di picche... la carta al di fuori del mazzo" dirà al suo incredulo accompagnatore, che non lo capirà mai fino in fondo. Eppure, nell'innocente e tormentato amore di Sara, sembra aprirsi uno spiraglio di luce. Ed è verso la fine che ci si rende conto che Profumo di donna è anche (o soprattutto) un'insolita storia d'amore. Tutto l'opposto del fuorviante remake con Al Pacino, che concentra l'attenzione sul più convenzionale rapporto maestro-allievo, falsando l'intensità introspettiva ed emotiva che pervade il lavoro di Dino Risi e l'insuperabile interpretazione di Vittorio Gassman.

Interpreti e personaggi
Vittorio Gassman: Capitano Fausto Consolo
Alessandro Momo: Giovanni Bertazzi
Agostina Belli: Sara
Moira Orfei: Mirka
Torindo Bernardi: Vincenzo
Alvaro Vitali: Vittorio, il barista
Franco Ricci: Tenente Giacomino
Elena Veronese: Michelina
Stefania Spugnini: Candida
Marisa Volonnino: Ines
Sergio Di Pinto: Raffaele
Vernon Dobtcheff: Don Carlo
Musiche - Armando Trovajoli

Dopo la prima tranche di 22 minuti  e 42 secondi, cliccare sul primo quadrante in alto a sinistra per vedere la seconda e così di seguito fino alla quinta.
Buona visione!

Siddhi

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador

La parola sanscrita siddhi, ricca di molteplici significati, in un contesto religioso indù viene usata per definire qualunque abilità soprannaturale, in pratica la capacità di compiere miracoli.
Questa si può ottenere sostanzialmente in due modi: attraverso la devozione verso Dio o una divinità, oppure praticando rituali “magici”.
Il primo metodo è sicuramente quello più elevato, grazie alla devozione infatti è possibile ridurre il proprio ego per permettere a Dio stesso di operare al suo posto.
Il mutamento dell’individuo è tale che per lui le leggi della natura perdono significato, come travolte dalla potenza dell’amore di Dio.
I miracoli della tradizione cristiana, a partire da Gesù, fanno tutti parte di questa categoria.
Quando Gesù guardava un malato era Dio-padre che guardava Dio-figlio e non potendo sopportare un figlio soffrire, la forza del Suo amore faceva sì che il malato guarisse.
Al contrario, ottenere i siddhi attraverso la magia ha, in genere, scopi molto egoistici.
I manuali tantrici descrivono innumerevoli rituali per ottenere successo, soldi, figli, salute, nonché per ostacolare gli altri, causandogli problemi, malattie e perfino la morte.
La limitazione di questo tipo di superpoteri, oltre che morale, è data anche dal fatto che essi vanno raggiunti uno alla volta, attraverso lunghi e complicati rituali, mentre con la devozione e la susseguente purificazione dell’ego non vi è limite alle capacità che si possono ottenere.
Certo l’abilità di guarire i malati o resuscitare i morti richiede un particolare livello di purificazione e identificazione con Dio, ma esistono anche altri siddhi, che potremmo definire minori, ottenibili attraverso pratiche molto più “semplici”.
Semplici, chiaramente, dal punto di vista dell’apprendimento del processo ma pur sempre difficilissimi nell’applicazione.
Ad esempio, in India, capita spesso di sentir dire che quando una persona dice sempre la verità, dopo un po’ quello che dice si avvera.
Il concetto d’altronde sembra logico, seppur sia altrettanto evidente quanto sia decisamente arduo dire sempre la verità.
La difficoltà più grande è quindi tenere sotto stretto controllo l’ego, dato che quando non si dice la verità in genere è per fini egoistici.
Discorso molto simile può essere fatto anche per un altro superpotere molto “popolare”: la capacità di predire il futuro.
Per ottenere la quale bisogna “semplicemente” accettare sempre quello che ci riserva il destino.
In questo modo, col tempo, si dovrebbe arrivare a conoscere i meccanismi del fato, come esso opera, per cui risulterà piuttosto naturale capire cosa succederà.
Anche in questo caso è evidente come alla base vi debba essere una completa fiducia in Dio e un perfetto controllo dell’ego.

mercoledì 27 giugno 2012

Piergiorgio Odifreddi racconta Russel

Torniamo oggi a presentare le belle lezioni del Caffè Filosofico su Viverealtrimenti.
Di seguito la lezione del filosofo Piergiorgio Odifreddi su Bertrand Russel.
Per riprendere il bandolo delle puntate precedenti del Caffè Filosofico, cliccare qui!
Buona visione!

sabato 23 giugno 2012

Il Ramayana secondo Svoboda

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador

Uno degli aspetti caratteristici della religione indù è la presenza di numerose divinità (secondo la tradizione ben 330 milioni) alle quali è legata un’estesa mitologia che ne racconta le gesta.
L’importanza delle storie mitologiche induiste rientra nella tradizione, comune a quasi tutte le religioni, di cercare di esprimere grandi verità attraverso semplici metafore e similitudini.
Il vero scopo è quindi quello di veicolare un insegnamento che possa essere recepito facilmente da chiunque.
Nella mitologia indù questo viene portato fino al punto che le storie vengono talvolta raccontate in maniera diversa, o quantomeno dando importanza a parti diverse, proprio per permettere di dare più di una lezione, in base alle esigenze e capacità del lettore.
Oltre ad essere quindi narrata in maniera differente, secondo un’antica tradizione vedica, ogni storia, per essere davvero significativa, deve possedere almeno sette livelli di interpretazione diversi, sebbene questo dipenda soprattutto dalla sensibilità e l’apertura mentale di chi legge.
Prendendo come esempio il noto poema epico Ramayana, uno dei motivi del suo successo è proprio quello di possedere numerose chiavi di lettura che possono stimolare l’interesse sia delle persone più semplici e meno culturate, sia di studiosi e intellettuali.
Una delle interpretazioni più raffinate viene esposta nel libro di Robert Svoboda, Aghora II Kundalini, dove viene proposta un’interessante spiegazione del suo maestro, l’Aghori Vimalananda, sui significati esoterici del Ramayana,.
Questa interpretazione mette in relazione i personaggi e le loro avventure con i processi psicofisici che avvengono all’interno di ogni serio praticante yoga.
Per poter illustrare questo argomento, riassumiamo quindi, brevemente, le vicende più importanti del poema.
Poco tempo prima che l’amatissimo principe Rama venisse incoronato Re di Ayodhya, una delle mogli del Re Dasaratha, Kaykey, decise di far valere un desiderio che il Re le aveva accordato alcuni anni prima per averlo salvato in una difficile situazione.
Chiese quindi che Rama, figliastro di Kaykey, venisse mandato in esilio nella foresta per 14 anni e nel frattempo venisse incoronato suo figlio Bharat.
Obbligato a tenere fede alla parola data, Re Dasarath, addolorato, spiegò la situazione a Rama, il quale, mostrando fin da subito le sue elevatissime qualità morali, si sottopose senza protestare alla volontà del padre ed anzi, lo consolò prendendosi la responsabilità del problema, poiché aveva accettato la carica senza pensare che questo avrebbe potuto creare malumori alla sua matrigna Kaykey.
Insieme a sua moglie Sita e l’inseparabile fratello Lakshman, Rama lasciò quindi il Regno di Ayodhya alla volta della foresta.
Poco tempo dopo, Sita venne rapita con uno stratagemma dal demone Ravana che la portò con sé nella sua città dorata sull’isola di Lanka.
Rama e Lakshman, grazie all’aiuto di vari personaggi, soprattutto il Re delle scimmie Hanuman, riusciranno in seguito a rintracciare Sita, distruggere Lanka, uccidere Ravana e tornare ad Ayodhya proprio il giorno in cui scadeva il termine dell’esilio.
Nell’interpretazione esoterica Rama rappresenta l’Anima, sua moglie Sita la Kundalini Shakti, Lakshman il Potere della Concentrazione e Hanuman il Respiro.
Partendo dalle prime vicende, quando Rama viene mandato in esilio, Sita, sua moglie, chiaramente lo segue, in quanto l’Anima non può essere separata dalla sua Shakti; e allo stesso modo Lakshman decide di accompagnarli ed aiutarli, proprio come il Potere della Concentrazione aiuta l’Anima a raggiungere la sua “sposa”, Shakti.
Nella foresta tutto procedeva bene, finché un cervo dorato apparve di fronte alla capanna dove i tre avevano preso rifugio. Ammaliata dalla sua bellezza, Sita chiese a Rama di catturarlo.
In realtà, il cervo era il fratello del demone Ravana, inviato sotto mentite spoglie col compito di allontanare Rama e Lakshman da Sita per permettere a Ravana di rapirla.
Quando Rama capisce il trucco, uccide il “cervo”, che però in punto di morte lancia un grido di aiuto verso Lakshman, con la voce di Rama.
Sentendolo, Sita si preoccupa che sia successo qualcosa a Rama, così ordina a Lakshman di andare in suo soccorso e una volta sola verrà rapita da Ravana.
Questo è esattamente quello che succede all’interno di ogni praticante yoga: quando la Kundalini Shakti inizia a risvegliarsi, il lungo processo verso l’Illuminazione è appena iniziato, e se non viene fermamente controllata dal Potere della Concentrazione, rischia di perdersi e di essere rapita dai “demoni”.
Il demone Ravana, infatti, rappresenta la Personalità Umana limitata dall’ego, sempre impegnato a contemplare sé stesso e la sua supposta grandezza.
Per riuscire a riottenere la sua Kundalini (la sposa Sita), l’Anima (Rama) deve quindi ricorrere all’aiuto del prana, il Respiro (il Re delle scimmie Hanuman), che è in grado di liberare il percorso della Kundalini e l’aiuta a ritornare al suo amato. Esattamente quello che fa Hanuman per Rama e Sita.
Una volta scoperto dove Sita era imprigionata, Hanuman vola sull’isola di Lanka, localizza Sita, distrugge la città dorata di Ravana e torna da Rama a dargli la lieta notizia.
Insieme ad Hanuman e al suo esercito di scimmie, Rama si prepara quindi ad attaccare Lanka, ma per fare questo deve prima costruire un ponte per attraversare il mare.
Secondo i concetti yogici, internamente questo ponte collega il primo chakra, il muladhara, con il terzo, il manipura, sorvolando il secondo, lo svadhisthana chakra, che, non a caso, rappresenta l’elemento Acqua.
Questo ponte può essere costruito solo attraverso il celibato, in quanto lo svadhisthana, collocato nella regione pubica, è il chakra del sesso, ed è quindi solo grazie ad Hanuman, perfetto celibe, che Rama riesce ad attraversare il mare e arrivare a Lanka, il manipura chakra.
Questa interpretazione esoterica dei principali protagonisti può essere estesa a numerose, se non tutte, le vicende del Ramayana, seppur richieda, da parte del lettore, una profondissima conoscenza dei concetti yogici nonché una notevole capacità di astrazione.

Frammenti da L'Ecovillaggio Solare

Condivido oggi un paio di video di presentazione del progetto dell'Ecovillaggio Solare, promosso da Jacopo Fo poco distante da Alcatraz. Il progetto verrà anche presentato domani alla festa di Legambiente a Vicenza nel corso dell'incontro Insieme, decrescita e sostenibilità; l'esperienza di ecovillaggi e comunità intenzionali cui parteciperà anche Viverealtrimenti.
Buona visione!


venerdì 22 giugno 2012

Bere in India

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador

La legislazione indiana in materia di produzione, distribuzione, vendita e consumo di bevande alcoliche, risulta essere piuttosto complessa.
Questo succede non per la frequente abitudine degli indiani di complicare anche le cose più semplici, ma per rispettare le diverse tradizioni di tutti gli abitanti del paese.
Com’è noto, in India convivono infatti numerose religioni, che spesso hanno un differente approccio riguardo le bevande alcoliche, per cui i singoli stati godono di una certa autonomia e le leggi possono variare notevolmente.
In generale produzione e distribuzione sono regolate da leggi del governo centrale, mentre invece vendita e consumo sono lasciate alla discrezioni dei singoli stati, a parte il fatto che in tutta l’India è illegale bere in pubblico al di fuori dei luoghi autorizzati (quindi camminare per strada bevendo una birra, anche nei posti più permissivi, potrebbe creare grossi problemi).
Partendo dai luoghi dove la legislazione in materia è più rigida, lo stato del Guajarat, assieme a Manipur, Mizoram e Nagaland (tre piccoli stati del nord-est) e al Territorio delle Laccadive (alcune isole dell’oceano indiano) sono considerati “dry” (asciutti), cioè la vendita e il consumo di alcohol è illegale.
In Gujarat questo divieto vige dal 1960 quando lo stato di Bombay venne diviso in Maharashtra e appunto Gujarat; il motivo è per rispettare la terra natale del Mahatma Gandhi.
Come prevedibile, questa eccessiva ristrettezza favorisce un discreto sviluppo del mercato nero, dove purtroppo sono presenti numerose preparazioni altamente pericolose, come successo nel 2009 quando morirono 136 persone a causa di un distillato allungato con il metanolo.
Nei tre stati nordorientali i divieti sono più recenti e l’effettivo bando non troppo rigido, visto che pare venga concessa qualche esenzione ad alcune bevande locali tradizionali, come il vino di guava.
Esistono poi numerosi luoghi sacri indù in cui vige il divieto di vendere e consumare alcohol, seppur in realtà siano i costumi religiosi, piuttosto che le norme giuridiche, a far rispettare tali leggi.
Nello stato dell’Uttaranchal, che occupa colline e montagne di particolare importanza religiosa, sono molti i luoghi sacri che seguono questa norma: piuttosto nota è l’assenza di negozi di alcolici nella sacra e turistica Rishikesh, con la rivendita più vicina situata abbastanza scomodamente a circa 15 chilometri di distanza.
Anche la sacra cittadina di Pushkar, in Rajasthan, segue questa norma, seppur in maniera meno rigida: almeno uno dei vari ristorantini turistici sui tetti propone qualche birra, ma è anche presente una piccola rivendita sulla strada che porta verso i campi, probabilmente considerata appena fuori il confine sacro della città.
Nello stato dell’Uttar Pradesh, dove si trovano molte città sacre, le leggi sono piuttosto restrittive, per esempio sono vietati i negozi di alcolici a meno di duecento metri da luoghi di culto e istituti scolastici, ma soprattutto è la mentalità locale, decisamente conservatrice e contraria all’alcohol, che ne limita la diffusione.
In realtà il consumo di bevande alcoliche è in continua crescita, rendendo quello della vendita un ottimo business, ma ottenere una licenza e aprire un negozio non è per niente facile, anche a causa del fatto che il mercato è completamente nelle mani della ricca e potente mafia locale.
Altri stati, come ad esempio Madhya Pradesh, Rajasthan, Maharashtra e Karnataka, dove l’influenza religiosa è minore, hanno legislazioni leggermente più tolleranti, seppur sia noto come perfino a Mumbai e Bangalore i buoni locali dove bere sono piuttosto pochi.
Ancora più permessivi sono invece gli stati del Punjab, dell’Haryana, il territorio di Delhi e il Bengala Occidentale.
In Punjab e Haryana questo è dovuto alla religione sikh che non ha nessun pregiudizio di sorta contro il consumo delle bevande alcoliche, come avviene anche a Calcutta grazie a una discreta diffusione del cristianesimo.
Le rivendite di alcohol sono quindi numerose e ben fornite (almeno secondo gli standard indiani), come anche sono numerosi i bar-restaurant.
A Delhi, invece, la situazione è alquanto complessa in quanto capitale e crocevia di ogni cultura indiana: da un lato sembra più interessata all’aspetto economico della questione, piuttosto che quello religioso, quindi per quanto riguarda la vendita sono molto diffusi sia i negozi che i bar-restaurant; dall’altro, come vedremo più avanti, esistono invece rigide norme sul consumo.
Nel Bengala delle campagne, la tolleranza è data dal fatto che la divinità principale di quest’area è Kali, alla quale l’alcohol viene spesso offerto anche durante i rituali, a cui va aggiunto che in alcuni manuali tantrici le bevande alcoliche, grazie al loro potere di trasmettere la conoscenza spirituale, sono considerate nientemeno che la divinità Kali-Tara sotto forma liquida.
Anche gli stati montani come l’Himachal Pradesh, il Ladhak e il Sikkim, sono piuttosto tolleranti, in questo caso grazie alla tradizione buddista (nonché al clima rigido), seppur in alcuni paesi l’eccessiva disinvoltura stia iniziando a creare qualche problema.
Infine, gli stati più permissivi sono i piccoli staterelli dove la dominazione straniera si è conservata più a lungo e sono rimasti, almeno dal punto di vista dell’alcohol, delle piccole enclavi “libertine”.
Goa è famosa per i bar sulle spiagge dove bere birra fresca o il locale fenny (un distillato ottenuto dalla noce di cocco o dagli anacardi), come accade anche nel meno noto stato di Daman e Diu (composto dalla città di Daman e l’isola di Diu, entrambi in Gujarat), mentre a sud invece vi è lo stato di Pondicherry, a lungo sotto il dominio francese.

A tutto questo vanno aggiunti altri due fattori caratteristici indiani che possono aiutare a farsi un’idea della complessa mentalità sull’argomento.
Il primo riguarda le leggi sull’età minima consentita per il consumo di alcohol, che variano decisamente da stato a stato.
In 6 stati è fissata ai 18 anni, ma nella maggior parte dei casi (10) è a 21 anni e in 5 stati a ben 25, a cui va aggiunto il Maharashtra, lo stato della “moderna” Mumbai, dove viene fatta una distinzione tra birra (21 anni) e superalcolici (25 anni).
La seconda caratteristica è la presenza di giorni “dry”, in cui è vietata la vendita, che possono essere sia festività laiche (le celebrazioni dell’Indipendenza, della Repubblica e il compleanno di Gandhi), che religiose (Holy, Shivaratri, Durga Pooja e Diwali), a cui vanno aggiunti i giorni dedicati alle elezioni.
Il motivo è prevenire disordini ma anche in questo caso la differenza tra i vari stati è considerevole.
Per esempio a Delhi (dove già l’età minima è inspiegabilmente alta, 25 anni) sono numerosissimi i giorni “dry”, a causa del fatto che, essendo la capitale, deve in qualche modo rispettare tutte le tradizioni del paese; ad esempio sono giorni “dry” le date di nascita dei fondatori delle maggiori religione indiane: Krishna per i vishnuiti, Guru Nanak per i sikh, Buddha per i buddisti e Mahavir per i jaina
Per i cristiani invece il giorno “dry” è Venerdì Santo, mentre per i mussulmani vengono riservati i giorni di Id (sia Id ul-Fitr sia Id al-adha) e il Muharram.

Ma cosa si beve in India? O meglio ancora, cosa bevono gli indiani?
Partendo dai liquori meno costosi, consumati prevalentemente da lavoratori manuali, sul mercato (per l’esattezza in negozi governativi simili a topaie) vengono venduti alcuni distillati locali di rosa, arancia, o limone, a prezzi decisamente bassi.
Il gusto spesso è a dir poco disgustoso e seppur possano essere considerati dei veri e propri brucia-budella, il fatto che siano prodotti dal governo fa sì che almeno siano sicuri e non siano allungati col metanolo o altre sostanze che spesso in India causano delle stragi.
I liquori “stranieri”, cioé whisky, rhum, vodka e gin, si vendono presso negozi leggermente più decorosi, dove è possibile acquistare bottiglie “da un quarto” (180 ml), “da mezzo” (365ml), o “full” (750ml)  di alcolici di varia qualità.
Il whisky è sicuramente la bevanda più apprezzata e ne esistono numerose marche: il famoso Bagpiper deve il suo successo più che al leggero e poco gradevole gusto, al suggestivo nome (suonatore di cornamusa) e al modesto prezzo di circa un euro e mezzo a bottiglietta.
Spendendo qualche soldo in più, un paio di euro, si può iniziare a bere un whisky decente e senza dover temere bruciori di stomaco: Royal Challenge e Signature iniziano ad essere bevibili, mentre con un ulteriore sforzo economico si potrebbe provare il discreto Blender’s Pride.
Esistono poi dei whisky “pregiati”, come il famoso Black Dog, che però a causa dell’altissimo prezzo tendono a rimanere a lungo sugli scaffali dei negozi.
Le persone più moderne, con qualche soldo da spendere (e forse anche meno alcolizzate) tendono invece a consumare birra, seppur la qualità sia in genere piuttosto bassa e le produzioni cambino notevolmente da stato a stato, per cui una birra che può essere bevibile in Punjab, in Uttar Pradesh potrebbe essere disgustosa.
A questo vanno aggiunti i problemi nel consumarla a temperature accettabili, visto che la birra andrebbe consumata fredda, cosa che a causa del clima e dei tagli di corrente in India non è sempre possibile.
Per quanto riguarda il vino, Re delle bevande alcoliche, la produzione indiana sta iniziando ad affacciarsi sul mercato con prodotti interessanti, provenienti dalla storica area di Nashik in Maharashtra.
Certo la qualità non può competere con i prodotti europei, ma è possibile bere del Cabernet, del Merlot o dello Shiraz che potrebbero accompagnare degnamente gli speziati piatti indiani, spendendo la cifra ragionevole di circa 7-8 euro a bottiglia.
Il problema più grande è la reperibilità del prodotto, visto che il consumo del vino in India è ancora raro, e solo nelle grandi città è possibile trovare qualche bottiglia; generalmente della marca Sula, una delle più presenti sul mercato.
Venendo invece alle bevande tradizionali, che, nonostante le restrizioni culturali, data l’estensione e la diversità del territorio sono abbastanza numerose, la miglior bevanda alcolica è sicuramente il vino di palma, chiamato toddy in inglese, kallu al sud e tari al nord.
Il sistema di raccolta di questa bevanda è particolarmente semplice, visto che consiste semplicemente nel praticare un’incisione vicino ai fiori delle palme e legando una piccola giara di terracotta sotto al taglio.
Appena raccolto, in genere alla mattina presto, il liquido iniza a fermentare e già dopo un paio d’ore raggiunge una gradazione alcolica intorno ai 4-5 gradi.
Questa aumenterà fino a sera, diventando via-via sempre più forte, come anche il gusto, ma un’eccessiva fermentazione, lasciandolo a riposare per la notte, trasformerà invece il gustoso vino in aceto.

giovedì 21 giugno 2012

Non esistono brutte notizie!

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador (di cui è imminente la presentazione dell'ultimo libro, Ho visto il mio corpo bruciare, presso la libreria Falso Demetrio di Genova, Lunedì 25 Giugno alle 18.00).

Dal The Times of India di Martedì 12 Giugno, riportiamo un articolo comico sulla tragicità delle notizie dei giornali, da parte del reporter Murali A. Raghavan.
Titolo Paradise lost (Paradiso perduto), sottotitolo There’s no such thing as bad news, only good stories (Le brutte notizie non esistono, ci sono solo buone storie).
Dal modo in cui le notizie vengono riportate oggigiorno sui giornali, sorge l’impressione che nel paese non stia succedendo altro che stupri, rapine, omicidi, litigi, risse notturne, abusi sulle donne e scandali scommesse.
La dose giornaliera di storie dell’orrore è sufficiente a mandare uno psicologo a cercare consigli...
Ma questo scoraggiamento è ingiustificato perché l’India continua ad essere un paradiso, un posto sicuro dove vivere – purchè uno preghi quattro volte al giorno, eviti Noida durante il giorno (sobborgo di Delhi particolarmente attivo e pericoloso) e i pub di Juhu di notte (la zone “inn” a nord di Mumbai, dove recentemente la polizia ha fatto un raid ad un party, creando scompiglio nella società moderna indiana), non finisca nel nascondiglio di una cellula terroristica, non litighi con i guidatori di risciò di Chennai (evidentemente macchiatisi di chissà quali misfatti) e non attraversi una strada principale più di due volte al giorno.
In più, numerose cose belle stanno accadendo intorno a noi, ma ogni editore pensa che sia un suo solenne dovere dare ai lettori un assaggio dell’inferno prima che queste compaiano.
Tutte le sere, il team editoriale si incontra con grande entusiasmo per decidere cosa pubblicare il giorno seguente e le confabulazioni procedono grossomodo come segue:
L’editore dice: «cos’avete oggi? Qualcosa di interessante?».
Un reporter salta su con entusiasmo: «io ho una grande storia. Due giovani alpinisti indiani hanno scalato l’Everest dal lato sud e installato la bandiera indiana sulla cima. Questo eroico gesto ispirerà milioni di giovani menti».
Ma l’editore s’infiamma di rabbia: «ma sei pazzo? Siamo qui per vendere giornali, non per ispirare le persone; voglio qualcosa di sensazionale!».
Un altro reporter molto contento: «Signore, cosa pensa di questo? Nella zona sud di Delhi un uomo butta la moglie dalla finestra della camera da letto e lei finisce sulla macchina di sua madre. Viene portata all’ospedale dove il chirurgo che la opera dimentica le forbici nella sua pancia».
L’editore sorride: «sì, questa sembra una storia avvincente, piena di azione, passione ed emozione. Parla con quel tipo e scopri se quello è il suo metodo standard per rispedire la moglie a casa della madre. Chiedi a qualche psichiatra che tipo di esperienza traumatica deve essere vedere un papà che butta la mamma dalla finestra. Cerca di contattare il chirurgo e scopri se intendono includere il costo delle forbici nel conto della paziente».
Un altro reporter invece propone: «anch’io ho una storia interessante: un astronomo indiano ha scoperto prove di vita su Marte».
Ma l’editore non è interessato: «c’è già così tanta vita intorno a noi e non abbiano neppur idea di come gestirla, perché preoccuparsi della vita in qualche lontano pianeta?».
Quindi il reporter della sezione metropolitana legge una storia, riportata da un giornalista di Noida, con una strana espressione stupita sul volto: «questo pomeriggio gli abitanti di Noida hanno intrapreso una lunga processione per celebrare la morte di un uomo di 50 anni. Il rapporto dà una precisa descrizione della famiglia che manteneva, dei servi che lavoravano nella sua casa e il nome del dottore che l’aveva in cura. A me sembra una notizia piuttosto insipida».
Ma l’editore sorride: «questa è Noida! Una persona che muore di morte naturale è un evento inusuale qui. Scrivi questa storia».
«Qui ce ne sono altre! – urla allora un altro reporter cittadino – Un ufficiale del municipio sputa il paan addosso ad un leader dell’opposizione. Un guidatore ubriaco investe tre persone che dormivano sul marciapiedi».
«Oh, finalmente del buon materiale! Prepara un grafico che mostri passo-passo come è avvenuto lo sputo di paan. Parla al conducente ubriaco e chiedigli come mai ha mancato le altre due persone che dormivano lì vicino. Spiaccicate questa roba in prima pagina e mettete la visita del Primo Ministro in Myanmar nelle pagine interne, dove nessuno le vedrà».


lunedì 18 giugno 2012

LUNA NUOVA -- lunedì 18 giugno -- da Ajahn Munindo.

Chi è erudito nel Dhamma
ma non vive
in accordo con esso,
come un mandriano
che brami le bestie altrui
non gusta i benefici
del percorrere la Via.

  Dhammapada strofa 19

Anche se possedessimo l’ultimo modello di computer, ad alta velocità e
ad alta definizione, se non imparassimo come usarlo, sarebbe di ben
poco valore per noi. Il messaggio di questo insegnamento è che, anche
se quel che pensiamo e crediamo è importante, conta di più come
viviamo gli insegnamenti nelle azioni fisiche, verbali, mentali, cioè
come pratichiamo. Se siamo stati istruiti nella capacità di usare la
mente per pensare, siamo fortunati. Il nostro compito ora consiste
nello sviluppare questa abilità di pensare ‘riguardo’ a qualcosa fino
a che ci conduca a ‘conoscere’ la cosa. Il Buddha non voleva che ci
accontentassimo di recitare le scritture e sgranare rosari di
preghiere, voleva che riuscissimo a lasciar andare il pensare errato e
‘conoscere’ realmente la pace dimorante. Sicuramente, dovrebbe essere
questa la nostra meta.

Con Metta
Bhikkhu Munindo

(Ringraziamenti a Chandra per la traduzione)

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Santacittarama
Monastero Buddhista
02030 Frasso Sabino (RI) Italy

Tel:             (+39) 0765 872 186       (7:30-10:30, eccetto il lunedì)
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giovedì 14 giugno 2012

Messaggio da Mahavatar Babaji

La crisi finanziaria mondiale non lascia indifferenti i grandi yogi...

Attendendo "[...] sulle orme di Paramhansa Yogananda"

Uno dei prossimi libri in uscita con la Viverealtrimenti Editrice è Verso il darshan; sulle orme di Paramhansa Yogananda, di Bhakti Binod.
In attesa che i tempi maturino per questo nuovo testo, condivido volentieri con i lettori di questo blog-magazine un video di presentazione del capolavoro Autobiografia di uno yogi, nella versione originale del 1946, pubblicata dagli amici di Ananda Edizioni.
Dopo il video, un breve stralcio dal capitolo 49 della terza edizione di Autobiografia di uno yogi che credo meriti attenzione per la sua attualità.
Buona visione e buona lettura



I grandi maestri dell’India che hanno dimostrato vivo interesse per l’Occidente hanno compreso bene le condizioni dell’epoca moderna.
Essi sanno che fino a quando le virtù distintive dell’Oriente e dell’Occi-dente non verranno assimilate maggiormente in tutte le nazioni, la situazione del mondo non potrà migliorare. Ciascun emisfero ha bisogno di ciò che di meglio ha da offrire l’altro.
Nel corso dei miei viaggi in varie parti del mondo ho osservato tristemente grandi sofferenze: in Oriente sofferenza soprattutto sul piano materiale, in Occidente, principalmente sul piano mentale o spirituale.
Le nazioni si dibattono nella morsa dolorosa di civiltà non equilibrate. L’India, la Cina e altri Paesi orientali possono trarre grande beneficio dall’emulazione della capacità pratica nella gestione degli affari, l’efficienza
materiale, di nazioni occidentali come l’America. I popoli occidentali, d’altra parte, necessitano di una comprensione più approfondita delle basi spirituali dell’esistenza, e in particolare delle tecniche scientifiche
elaborate dall’India già nell’antichità per consentire all’uomo di raggiungere la comunione consapevole con Dio.
L’ideale di una civiltà sviluppata in modo compiuto ed equilibrato non è una chimera. Per millenni l’India è stata un paese illuminato dal punto di vista spirituale e, nel contempo, ha goduto di una diffusa prosperità materiale. La povertà degli ultimi 200 anni costituisce, nella lunga storia dell’India, soltanto una fase karmica transitoria. Per secoli e secoli “le ricchezze delle Indie” furono proverbiali nel mondo. L’abbondanza materiale, oltre che spirituale, è espressione strutturale di rita, la legge cosmica o naturale rettitudine. Non vi è alcuna parsimonia nel Divino e neppure nella Sua dea dei fenomeni, la rigogliosa Natura.
Le Scritture indù insegnano che l’essere umano viene attratto su questa terra per apprendere, in modo sempre più completo in ciascuna vita successiva, i modi infiniti in cui lo Spirito può manifestarsi, in tutte le condizioni materiali, esercitando su di esse un costante dominio. L’Oriente e l’Occidente stanno imparando questa grande verità in modi diversi e dovrebbero condividere volentieri le loro scoperte. È indubbio che il
Signore sia lieto che i Suoi figli terreni si sforzino di raggiungere una civiltà mondiale libera dalla povertà, dalla malattia e dall’ignoranza della propria anima. L’oblio da parte dell’essere umano delle risorse dell’anima
– risultato di un uso improprio del libero arbitrio – è la causa alla radice di ogni altra forma di sofferenza.

Vivere insieme: comunità intenzionali, ecovillaggi e co-housing. Una risposta alla crisi della modernità!


Il 24 Giugno, Viverealtrimenti interverrà alla Festa di Legambiente a Vicenza (Festambiente Vicenza 2012), nello spaziodibattiti Insieme, decrescita e sostenibilità: l'esperienza di ecovillaggi e comunità intenzionali. Di seguito, un documento preparato per l'occasione.
 
Le comunità intenzionali sono nuclei di alcune decine o centinaia di persone che, al contrario delle comunità spontanee — borghi, paesi, città — nascono dall’intenzione di realizzare, collettivamente, obiettivi di vario ordine e grado.
Le prime comunità intenzionali, storicamente documentate, furono quelle degli esseni, in Palestina, attive tra il secondo secolo avanti Cristo ed il primo secolo dopo Cristo.
Nel tempo, il fenomeno ha assunto caratteristiche e peculiarità diverse: messianiche, utopiche, esistenziali e, negli ultimi 40 anni, ecologiche.
Oggi, difatti, si tende soprattutto a parlare di comunità intenzionali ecosostenibili (ecovillaggi), in cui vengano scrupolosamente valorizzate l’agricoltura biologica, la permacultura, la bioedilizia e le energie rinnovabili oltre a forme, non meno importanti, di “ecologia sociale” che ne fanno laboratori di “democrazia diretta”, metodologie decisionali completamente orizzontali (ad esempio il metodo del consenso) e, non di rado, di una pedagogia a “misura di bambino”.
Non viene, ovviamente, trascurata, negli ecovillaggi, “l’ecologia della persona”, con conseguente valorizzazione di diverse pratiche salutiste, di personal development e di crescita integrale ed una particolare attenzione alla medicina olistica non invasiva.
Nel 1994 vede la luce il GEN (Global Ecovillage Network), la rete mondiale degli ecovillaggi.
Con la nascita del GEN  (http://gen.ecovillage.org), da diversi anni ONG dell’ONU,  inizia una fase di interscambio tra ecovillaggi fino a quel momento tendenzialmente isolati, in un movimento con ambizioni di miglioramento della qualità della vita e di salvaguardia del patrimonio ambientale planetario.
Al momento aderiscono al GEN circa 15000 comunità ecosostenibili, molte delle quali organizzate in reti nazionali.
Dopo appena due anni dalla fondazione del GEN, nel 1996, vede la luce la RIVE (Rete Italiana Villaggi Ecologici; http://www.mappaecovillaggi.it) che, similmente al GEN nel mondo, ha una funzione di coordinamento dell’eterogeneo movimento comunitario italiano.
Per riportare quanto scritto nel suo statuto: «la RIVE riconosce come ecovillaggi le realtà costituite da almeno cinque persone adulte che si ispirano a criteri di sostenibilità ecologica, spirituale, socioculturale ed economica, intendendo per sostenibilità l’attitudine di un gruppo umano a soddisfare i propri bisogni senza ridurre, ma anzi migliorando le prospettive per le generazioni future».
Al momento sono coinvolti nella RIVE — che tuttavia non esaurisce la variegata costellazione comunitaria italiana — una trentina di progetti di ecovillaggi-comunità, alcuni ad uno stato embrionale, altri con una storia di oltre 25 anni.
Liminale con il mondo delle comunità intenzionali e degli ecovillaggi è il fenomeno del co-housing, particolarmente diffuso in Nord Europa, Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Generalmente meno radicale e non di rado “metropolitano”, si concreta in nuclei abitativi (vecchie strutture recuperate o edifici, di nuova costruzione, concepiti e realizzati all’uopo) in cui accanto agli inevitabili spazi privati, vengano valorizzati molte spazi comuni: lavanderie, sale hobby, ludoteche, biblioteche, orti, eccetera. A progetti di co-housing aderiscono persone eterogenee: nuclei famigliari con o senza bambini, singles e, non di rado, pensionati. In nord Europa esistono addirittura senior-cohousing, concepiti e realizzati con una particolare attenzione alle esigenze di cohousers anziani.
Comunità intenzionali, ecovillaggi e co-housing rappresentano diverse espressioni di una stessa esigenza: vivere insieme.
Questa può senz’altro rappresentare una possible risposta all’articolata crisi — ambientale, economica, culturale ed esistenziale  —  della modernità. 
Vivere insieme, in virtù della condivisione di molti oggetti — dalle automobili, agli elettrodomestici, per fare solo gli esempi più banali —, dell’autoproduzione e di una maggiore razionalizzazione delle spese “costa meno” tanto in termini economici quanto in termini ambientali.
Vivere insieme, oltre ad essere un antidoto all’alienante solitudine delle metropoli, alla crisi di istituzioni tradizionali come la famiglia, è in piena sintonia, nei paesi maggiormente sviluppati, con il consolidamento dei cosiddetti valori post-materialisti: più attenzione all’ambiente ed alla qualità della vita, parità tra i sessi, solidarietà, maggiore attenzione alla crescita interiore e meno ad un’ipertrofica crescita economica.
Scegliere di vivere in un co-housing o in un ecovillaggio, oggi, può rivelarsi dunque saggio e ne è prova un cospicuo aumento delle esperienze di vita comunitaria in Italia e nel mondo.
Per citare, ad esempio, un’intervista ad Alfredo Camozzi, presidente uscente della RIVE, gli incontri estivi della rete, negli ultimi anni, hanno avuto una frequentazione al di là dell’immaginabile ed un uguale interesse si sta registrano a livello internazionale.
In breve, credo si possa tranquillamente affermare che il movimento delle comunità intenzionali, degli ecovillaggi e del co-housing stia crescendo di scala e nulla escluda che possa contribuire seriamente a promuovere, nel medio periodo, una conversione degli stili di vita, nella direzione di una maggiore sostenibilità e nella riscoperta degli antichi/moderni valori del vivere comunitario.

Manuel Olivares


Per approfondimenti:


-Manuel Olivares, Comuni, comunità, ecovillaggi, Viverealtrimenti, 2010.

-www.viverealtrimenti.com, con un ricco database di comunità intenzionali ed ecovillaggi in Italia, in Europa, nel mondo.



mercoledì 13 giugno 2012

Presagi

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador

Di seguito proponiamo una breve parabola indiana sulla relativa importanza dei presagi; protagonisti gli ormai noti Akbar e Birbal.

Un giorno l’Imperatore Akbar si svegliò molto presto, si affacciò alla finestra e la prima persona che vide fu un lavandaio con un occhio solo intento a lavare i panni nel fiume Yamuna.
Mentre Akbar si chiedeva che tipo di presagio potesse essere, il lavandaio alzò la testa, lo vide e si inchinò per salutarlo.
Durante la mattinata, Akbar inciampò nelle scale e si tagliò un dito del piede, un’ape lo punse sulla mano mentre era in giardino, l’Imperatrice si ammalò e vi fu un incendio nelle cucine imperiali che causò il ritardo nel pranzo.
Gli ossequiosi cortigiani gli dissero: «che giornata sfortunata, nostro Signore, chi avete visto per primo questa mattina quando vi siete svegliati?».
«Il lavandaio con un occhio solo», rispose Akbar.
«La sua faccia è di malaugurio Sire, condannatelo a morte!» invocarono i cortigiani.
E un gruppo di soldati uscì dal palazzo per andare ad arrestare il lavandaio.
Mentre questi si trovava tremante e spaventato in attesa del giudizio dell’Imperatore, il saggio cortigiano Birbal, che aveva seguito tutta la faccenda, lo chiamò in disparte e gli diede alcuni suggerimenti.
Quando Akbar si presentò e gli disse quanto malaugurante fosse il suo volto, il lavandaio rispose umilmente: «chiedo il Vostro perdono, mio Signore, ma devo farvi una domanda: quale viso è più di cattivo presagio, il mio o il Vostro?»
Tutti i cortigiani furono scandalizzati dall’impertinenza dell’uomo ma Akbar fece loro cenno di fare silenzio e chiese al lavandaio: «cosa intendi dire con questo?».
«O mio Padrone, il Vostro viso è il primo che ho visto questa mattina e ora sto per essere condannato a morte!».
Nonostante i tentativi di rimanere serio, Akbar scoppiò a ridere e chiese al lavandaio: «chi ti ha suggerito di rispondermi così?».
«È stato Birbal, mio Signore.»
«Bene, buon uomo, Birbal ti ha salvato la vita» e ordinò che il lavandaio fosse lautamente ricompensato per il grande spavento.

martedì 12 giugno 2012

Vesak 2012 al Santacittarama.

Testo e video ripresi dal sito dell'Associazione Amici del Santacittarama (Saddha), cui aderisce anche Viverealtrimenti

Il Vesak è la ricorrenza in cui si celebrano la nascita, l’illuminazione e la dipartita del Buddha, tradizionalmente cade nel plenilunio di Maggio ed è una delle feste più sentite. Secondo il calendario buddhista thailandese il 2012 è connesso ad una celebrazione particolarmente di buon auspicio, perchè ricorrono i 2600 anni dall’Illuminazione del Buddha.
Per tutti quelli che non hanno potuto partecipare all’evento al Santacittarama (il 27 Maggio 2012), Joy e Jen, che ringraziamo, hanno provveduto a filmarlo.



La giornata si è svolta seguendo questo programma:

10:00 arrivo degli ospiti
11:00 Pindapata (questua) del riso e condivisione del pasto.
Pausa
13:00 Raduno nella tenda
Offerta di candele e incenso al Buddha
Riconferma dei Tre Rifugi e dei cinque precetti
Canti di benedizione (Paritta)
Meditazione
Discorso di Dhamma
Processione attorno alla statua del Buddha

Di nuovo in Oriente con i Monsoni

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador

I monsoni sono venti ciclici provenienti dal mare i quali, una volta raggiunta la terraferma, riversano su di essa copiose piogge.
Questo fenomeno, causato dallo sbalzo termico tra la temperatura dell’aria del mare e quella della terra, si verifica in varie parti del pianeta, ma soprattutto nel subcontinente indiano, grazie all’enorme estensione dei mari che lo circondano, del territorio stesso e la presenza di ghiacciai e deserti che favoriscono gli sbalzi di temperatura.
In particolare, l’India viene colpita di solito da potenti monsoni estivi, causati dal contrasto tra il mare freddo e la terra calda, e da più moderati, quasi inavvertibili, monsoni invernali, dovuti al mare caldo e la terra fredda.
I noti monsoni estivi, prodotti da venti freschi provenienti da sud, una volta raggiunto lo Sri Lanka e la punta meridionale della penisola indiana, si dividono in due rami, che colpiscono l’India sia sulle coste orientali che quelle occidentali.
Il primo ramo arriva di solito verso la fine di Maggio (ufficialmente il 20) nel mare delle Isole Andamane, per poi salire verso il Golfo del Bengala, toccando talvolta le coste dell’Orissa, e fermarsi infine nella zona orientale della catena himalayana.
L’altro ramo, composto da venti spinti da sud-ovest, copre quasi tutta l’India, iniziando dallo stato meridionale del Kerala intorno i primi di Giugno (ufficialmente l’1); ammesso, ma non sempre concesso, un arrivo in orario, sale quindi verso nord arrivando a coprire tutta la penisola intorno alla seconda metà di Giugno, per arrestarsi infine contro le alte montagne himalayane.
L’intensità e la durata delle piogge variano per molti fattori, ma la durata di un monsone medio dovrebbe essere di circa 4 mesi; verso Settembre i temporali iniziano a diminuire e ad Ottobre il cielo si presenta limpido e straordinariamente terso.
I disagi della vita quotidiana derivanti da 4 mesi di pioggia sono chiaramente infiniti, emblematica a riguardo potrebbe essere la costruzione della prima metropolitana indiana (composta da un’unica linea), nella città di Calcutta, dove la furia dei monsoni è particolarmente intensa.
Nonostante i lavori iniziarono nel 1972, fu terminata solo nel 1984, a causa di vari motivi anche politici, ma soprattutto perché durante i 4 mesi di piogge i lavori venivano interrotti, mentre i 4 mesi successivi servivano essenzialmente per riparare i danni causati dall’acqua, lasciando quindi un solo quadrimestre all’anno destinato a far progredire il progetto.
Nonostante questo però, l’importanza di un buon monsone per l’agricoltura (e quindi per l’economia di tutto il paese) è immensa, poiché determina il raccolto di tutto l’anno.
Nota è l’esternazione del Ministro delle Finanze Pranab Mukherjee, il quale affermò che “È il monsone il vero Ministro delle Finanze dell’India”.
I prodotti delle zone monsoniche (in India principalmente riso, thé, canna da zucchero e cotone) si adattano particolarmente bene a climi estremamente umidi, tanto che, se è vero che un monsone debole può arrecare gravissimi danni, non esiste invece un limite massimo, visto che (escludendo non rari biblici allagamenti) più piove più i raccolti saranno abbondanti.
L’erraticità dei venti monsonici e quindi delle piogge è dovuta a complicati fenomeni climatici che riguardano non solo il subcontinente indiano ma anche ampie aree limitrofe.
Ad esempio quest’anno il monsone di sud-ovest è arrivato con 5-6 giorni di ritardo poiché, secondo un interessante articolo del 5 Giugno del The Times of India, si sono verificate delle condizioni poco favorevoli sul Mare Arabico, con alcuni forti venti anti-ciclonici che hanno disturbato la corrente dei venti di sud-ovest, i principali responsabili delle tanto auspicate piogge.
Altre interferenze possono provenire anche dalla terraferma, in particolare dalle montagne del Kashmir e dal Pakistan, e spesso interrompono o addirittura annullano quasi del tutto le piogge sopra alla pianura gangetica.
Infine, non si possono mai escludere temutissime influenze da parte del Nino (o della Nina), che possono disturbare il procedere del monsone: i metereologi hanno previsto qualcosa del genere per quest’anno, seppur pare che questo avverrà verso la fine delle piogge, senza influenzare più di tanto le utilissime precipitazioni.

lunedì 11 giugno 2012

Ce n'est qu'un début.

E' finalmente finito il lungo lavoro di aggiornamento del sito di Viverealtrimenti. Potete dunque visionare la pagina Comunità intenzionali ed ecovillaggi, con un ricco database di realtà comunitarie in Italia, in Europa e nel mondo. Non manca una sezione sui lavori in corso ed i networks comunitari in Italia.
Chiunque volesse divulgare un progetti di comunità intenzionali ed ecovillaggi o contenuti inerenti scriva pure a info@viverealtrimenti.com. Ne approfitto per segnalare che il testo Comuni, comunità, ecovillaggi è ora in vendita, sul sito, scontato del 15% sul prezzo di copertina. Le spese di spedizione a domicilio sono a carico di Viverealtrimenti. Presto inizieranno i lavori della sezione inglese del sito.

sabato 9 giugno 2012

Ancora problems...

Dal nostro indefesso, stoico corrispondente Oscar Salvador (in attesa che ci spieghi come ha ancora voglia di vivere in un posto siffatto).

L’India è notoriamente un paese sporco e sebbene tale affermazione possa sembrare severa, purtroppo non è altro che un semplice dato di fatto.
Vivendo in India da anni, sarebbe nostro grande piacere poter dire il contrario ma sarebbe decisamente ipocrita.
I motivi della sporcizia, in particolare ci riferiamo ai rifiuti presenti pressoché ovunque, sono dati non solo dalle scarse possibilità economiche del paese che non permettono una raccolta della spazzatura efficiente ma soprattutto dall’ignoranza e dall’egoismo umano.
Infatti, negli ultimi anni, le istituzioni stanno provando a minimizzare i disagi della complicata raccolta dei rifiuti, ma ogni sforzo viene quasi completamente annullato dal comportamento noncurante dei singoli.
La spazzatura in India viene semplicemente buttata per terra, nella speranza, spesso vana, che qualcuno, prima o poi, la raccolga.
In effetti, alla mattina presto, le strade si popolano di vari personaggi adibiti alla pulizia: signore e signori che spazzano con delle lunghe scope di saggina; ragazzini che girano con grosse sacche di liuta per raccogliere la plastica (soprattutto sacchetti e bottiglie); nonché rumorosi signori in bicicletta che comprano per poche rupie giornali, cartone e vetro; ai quali vanno aggiunti eserciti di cani e mucche (e spesso anche capre e scimmie) che si occupano invece dei rifiuti organici.
Il problema è che in pochi si pongono il problema di gettare i propri rifiuti prima del passaggio di codesti utili personaggi.
Un sacchetto di plastica pieno di spazzatura buttato al lato della strada dopo le 9-10 di mattina, subirà nell’arco della giornata tante peripezie che il contenuto verrà quasi sicuramente sparso in giro per la città (a Kathmandu ci è capitato di lasciare un sacchetto di rifiuti nell’entrata della Guest House per poi trovare, il giorno dopo, il suo contenuto sparso per la vie del quartiere, dopo essere stato gettato in strada dai gestori dell’albergo ed aver attirato l’attenzione di un affamato cagnetto randagio).
Quindi, se è pur vero che qualcuno provi a pulire, in realtà le strade indiane sono sempre sporche, sia prima che dopo la pulizia.
Nella città di Benares, negli ultimi due anni, sono stati fatti numerosi sforzi per rendere la città un minimo più pulita ma, a causa di quanto detto poc’anzi, i risultati sono pressoché nulli.
Come prima cosa, sui sacri gradini del lungofiume, sono stati installati dei bidoni, in genere un semplice ma utile sistema per raccogliere i rifiuti, peccato che quasi nessuno li utilizzi, tanto che, nonostante la sporcizia dilagante, essi siano quasi sempre vuoti.
Grazie ad utili accordi tra la municipalità e una ditta privata, più recentemente è stato addirittura creato un comodissimo servizio di raccolta rifiuti porta a porta: alcuni ragazzi, muniti di fischietto, girano per le vie della città a bordo di biciclette che trasportano sul retro grandi bidoni e raccolgono la spazzatura casa per casa.
Pur constatando felicemente che non siamo gli unici ad aspettare il loro passaggio, sono molte di più le persone che non si pongono minimamente il problema e continuano a buttare la spazzatura impunemente ogni volta che fa loro comodo.
Davanti alle nostre finestre si trova uno dei vari punti di raccolta rifiuti “non-ufficiali”, cioè angoli di strada dove gli incivili abitanti buttano la spazzatura, ed è quasi frustrante notare come questo si riempia anche solo dopo poche ore che la strada è stata “pulita”.
Virgolette d’obbligo viste le tecniche arcaiche utilizzate dagli addetti, muniti essenzialmente di due strumenti: una lunga scopa di saggina e una scatola di fiammiferi.
Dopo aver raccolto i rifiuti in un mucchio, la “ipertecnologica” tecnica indiana di smaltimento consiste semplicemente nel dare fuoco al tutto e lasciare che nell’aria si diffonda il caratteristico fumo denso, accompagnato chiaramente da particelle tossiche di tutti i tipi.
L’unica nota positiva è che gli indiani non si lamentano di questi disagi, sia grazie alla loro proverbiale pazienza, ma anche alla loro altrettanto proverbiale ignoranza, visto che il problema dell’inquinamento dovuto alla combustione di particelle plastiche cancerogene non viene preso in considerazione da nessuno.

giovedì 7 giugno 2012

Problems!

Problems, tomorrow,
tomorrow, problems,
problems, tomorrow,
tomorrow, problems.

E' una poesia, ovviamente semiseria, che fa parte della raccolta Barboni si ma in casa propria (Viverealtrimenti, 2011) ed ha come titolo: India.
Quanto sono felice di leggere l'articolo selezionato dal nostro corrispondente, Oscar Salvador (di cui è recentemente uscito, con Viverealtrimenti, Ho visto il mio corpo bruciare, dopo il suo Di Kali ed altre storie, uscito in autunno) dal Times of India comodamente seduto nel silenzio della British Library.
Come sono contento di non vivere più in mezzo al casino assoluto dell'India, dopo 6 anni di esperienze molto intense ma almeno altrettanto faticose.
Tuttavia, c'è chi, giustamente, la prende dal lato umoristico: una giornalista indiana che Oscar non manca di menzionare e di riportarne l'articolo.
Nell'augurarvi buona lettura, segnalo che Ho visto il mio corpo bruciare verrà presentato il 25 Giugno, alle sei del pomeriggio, alla libreria Falso Demetrio di Genova. Sarà l'occasione per parlare dell'India dalla prospettiva di chi l'ha vista, in profondità, dall'intero ed ha superato tante facili mistificazioni.
Che dire: siete tutti invitati!
Oscar:

Nonostante le notizie provenienti dai quotidiani indiani siano in genere piuttosto tragiche e prive di qualsivoglia lato comico-umoristico, grazie al noto distacco verso la vita degli indiani e ad una non rara ironia, gli irrisolvibili problemi della vita quotidiana indiana possono dare numerosi spunti di ilarità.
Nella pagina editoriale del The Times of India, accanto al quotidiano articolo spirituale, compaiono spesso delle simpatiche colonne sdrammatizzanti, a opera del noto e sagace giornalista indiano Jug Suraiya, ma anche di intelligenti giornaliste.
Come ad esempio Madhumita Gupta, autrice di un articolo apparso sul numero di Lunedì 4 Giugno, intitolato “The hidden good” (Il Bene nascosto) dal sottotitolo “When life serves you a lemon, make a lemonade” (Quando la vita ti offre un limone, tu fai una limonata).

Il paese sta diventando sempre meno vivibile, così dicono, con la rupia che precipita e il prezzo della benzina che sale; le strade sono pessime, il traffico peggio; l’elettricità poca, l’acqua ancora meno; sulla carta i lavori sono monumentali, in pratica il progresso rimane invisibile.
Se l’educazione gratuita e obbligatoria è una farsa, quella superiore uno scherzo ancora più grande, dove chi non raggiunge un voto per un college regolare può pagare una bella somma di denaro e acquisire una laurea in ingegneria o medicina. Chissà che caos creeranno nel paese queste persone. Ma a chi interessa?
In verità, coloro i quali dicono queste cose sono ignoramuses che non sanno cosa è giusto per loro; lasciate che cerchi di illuminarli.
Cosa succederebbe se il valore della rupia fosse maggiore? Andresti a comprare cose di cui non hai bisogno.
Svalutare la rupia, e lasciare che sia così, è un intelligente sistema per inculcare valori quali la frugalità, che i nostri antenati consideravano un’alta virtù.
Le strade disastrate sono solo un sistema per salvare le vite grazie alla ridotta velocità, ma strade molto disastrate e un improponibilmente elevato prezzo del carburante sono il segreto per controllare l’inquinamento; non ci avevi pensato?
“Via dalle strade e usate i mezzi pubblici” potrebbe essere la morale nascosta dietro alle buche che ti fanno saltare anche dentro al tuo costoso SUV.
E questo chiaramente dovrebbe dissuaderti dal diminuire le riserve naturali di petrolio e proteggere l’ambiente dal monossido di carbonio che avresti prodotto.
Gli stessi motivi sono dietro alla carenza di elettricità e acqua. “Risparmiate elettricità” “Risparmiate acqua”: davvero?
Usa l’immaginazione: torna alla natura, siedi sotto un albero e bevi una coca se non hai acqua!
E invece di urlare “Niente acqua, niente voti” investi nella raccolta dell’acqua piovana, se e quando verrà la pioggia...
“Mmh, un pessimo investimento” diresti.
Ma non puoi pensare ad una soluzione invece di sollevare queste stupide obiezzioni? Ma cosa sei, l’Opposizione? Mettiti a lavorare, io ti ho dato il problema, non è abbastanza?
E l’educazione...
Immagina per un secondo se tutti potessimo avere un’educazione di qualità, impartita da insegnanti di qualità: dove finiremmo?
Tutti i bambini schiavizzati nei lavori più umili sparirebbero, andrebbero a scuola a crearsi una propria mente e un domani inizierebbero a obiettare tutto ciò che è stato prestabilito: blasfemo!
L’altro giorno abbiamo avuto una “festa non-ufficiale”, un sciopero generale (indetto dall’Opposizione contro il recente aumento del prezzo della benzina n.d.r.). Non è stato grandioso?
Niente ufficio e la moglie non poteva neppure mandarti al mercato!
Un giorno intero libero e, ancora meglio, lo sciopero, seppur arbitrario, aveva uno scopo nascosto: unirci!
Non ci avresti mai pensato vero?
Non ha fatto una cosa meravigliosa l’Opposizione a darci una causa comune?
Certo uno sciopero generale costa molto al paese, ma cosa non si farebbe per l’unità! Cosa hai da dire su questo?
Le persone copiano senza pensare, ma immagina quanto insignificante è la vita nei paesi sviluppati, dove tutto funziona: che vita noiosa!
Qui, ti teniamo in forma mentalmente e fisicamente  dandoti tutti i giorni una nuova cosa di cui preoccuparti; facciamo che ogni giorno valga, non come i giorni all’estero che scorrono simili gli uni agli altri.
E ancora copi: ingrato!

mercoledì 6 giugno 2012

Essere mucche in India.

Dal nostro corrispondente, Oscar Salvador

Nella caleidoscopica religione indù sono molti gli animali che vengono venerati ma nessuno raggiunge la sacralità della mucca.
Questo perché essa non rappresenta una divinità o un suo “aiutante”, come capita a molte altre specie, bensì la mucca rappresenta l’aspetto materno e benevolo di Dio stesso.
I doni che essa dispensa agli esseri umani sono in realtà il frutto delle sue elementari funzioni biologiche ma questo non ne diminuisce l’importanza, anzi, ne conferma la naturale magnanimità.
La produzione di latte è chiaramente la qualità più apprezzata che nei tempi antichi fu anche una delle cause che ne favorì la conservazione vietandone la macellazione.
Sebbene a causa del clima torrido l’industria casearia indiana abbia dei grossi limiti, sono comunque numerosissimi gli utilizzi alimentari del latte di mucca e dei suoi derivati, la cui importanza è aumentata anche dalla dieta vegetariana seguita dalla maggior parte degli indiani.
Un altro prodotto della mucca molto apprezzato è lo sterco, per le sue ottime qualità combustibili.
Seccato al sole in forma di grandi dischi, viene oggigiorno venduto a 1-2 rupie “a disco”, che non sarà una fortuna ma è completamente privo di costi.
In molti villaggi vengono prodotti anche dei “mattoni” che pare siano tra i combustibili di miglior qualità.
Bisogna anche ricordare che per vari motivi, le cosiddette risorse energetiche alternative, come lo sterco di mucca, in India sono, per necessità, ancora usatissime anche nelle città: un negozio di thé che si rispetti, anche nella via più “inn” di Delhi, accenderà il proprio fuocherello con un paio di dischi di sterco di vacca.
Il quale fumo denso e bianco non farà di certo bene ai polmoni, ma il cui odore, se non assunto direttamente, in compenso dona all’aria un insapettato profumo di campagna.
Tra le altre attività della mucca che si rivelano molto utili per l’essere umano, c’è sicuramente l’aiuto che essa può dare nel lavoro dei campi, grazie alla sua mole e alla sua straordinaria forza, seppur questo riguarda non solo la mucca in particolare ma i bovini in generale.
Discorso simile si può fare anche per l’ultima utilissima funzione della mucca nei confronti dell’uomo, cioè quella di eliminare i rifiuti biologici.
Grazie al suo efficientissimo stomaco, i bovini si possono permettere infatti di mangiare quasi qualunque cosa, senza subirne gravi danni.
La vita contadina, come anche la dieta tipicamente vegetariana, producono grandi quantità di avanzi biologici che non potrebbero trovare miglior utilizzo che quello di nutrire delle creature viventi.
Con l’avanzare della modernità però, i rifiuti organici sono sempre di meno, mentre amentano quelli ben meno naturali come la carta e soprattutto la plastica.
Quindi nelle città indiane è piuttosto comune vedere mucche che dopo aver provato disperatamente ad aprire con la loro gigantesca lingua un sacchetto di plastica pieno di bucce, decidono che la soluzione migliore sia ingoiare tutto il sacchetto, decisamente ostico anche per il loro efficiente stomaco.
Detto questo, potrebbero sorgere spontanee alcune domande, per esempio: cosa ci fanno le mucche in giro per le città? Oppure ci si potrebbe chiedere: di chi sono?
La risposta alla prima domanda è molto semplice: fanno le stesse cose che fanno nelle campagne, cioè ruminare, brucare, defecare e produrre latte, seppur chiaramente in modo diverso...
Di chi sono allora?
Uno dei rari privilegi di vivere in India per anni, è forse quello di poter dare delle risposte a questi quesiti che all’inizio apparevano inspiegabili...
Le mucche che vagolano “indisturbate” per le strade delle città indiane possono essere divise in due categorie ben distinte: della prima fanno parte quelle troppo vecchie o troppo malate, il cui proprietario non si può permettere di mantenerle, o di curarle, e le abbandona.
Le altre mucche invece, appartengono a qualcuno, che però ha anche altro da fare, o non se ne cura abbastanza, per cui le lascia vagare in giro per la città durante il giorno, sapendo benissimo che verso sera ritorneranno.
Difficile capire esattamente le percentuali di queste due categorie, seppur molte di quelle che “pascolano” di giorno, alle notte sono acciambellate da qualche parte, spesso vicino alle zone di raccolta della spazzatura.
Nella via dove abitiamo, ci capita spesso, durante la notte, di osservare gruppi di 10-15 mucche che stazionano amabilmente davanti all’uscio, ruminando, leccandosi, nonchè liberandosi rumorosamente degli scarti: nel silenzio notturno, lo scroscio di una vescica bovina che si apre è caratteristico almeno quanto la lenta e breve mitragliata della liberazione dell’intestino di un ruminante.
Purtroppo questo, unito anche alle notevoli dimensioni dell’animale, in un contesto cittadino comporta anche un discreto numero di disagi, per cui le varie municipalità tentano in qualche modo di risolvere il problema.
Nella sacra città di Benares le mucche sono particolarmente numerose, tanto quelle private, quanto quelle randage, ma in fondo non sembrano dare troppo fastidio a nessuno e, per una volta, possiamo dirci concordi con i semplici provvedimenti adottati molto bonariamente.
Secondo un breve ma interessante articolo del The Times of India, in città vi sono due camionette adibite alla “raccolta” di animali randagi, precisamente: cani, maiali e mucche.
(Per inciso, qualche mattina fa, abbiamo assistito alla neanderthaliana cattura di un gigantesco maiale che urlava come un ossesso mentre 3-4 ragazzotti lo legavano come un salame per caricarlo sul carro: scena indianamente accettabile, ma in sé raccapricciante!)
La sorte che toccherà ai maiali e ai cani una volta catturati, non sarà di certo delle migliori, ma non molto peggio che vivere in strada e rischiare di essere investiti da un momento all’altro.
E grazie alla, giustamente proverbiale, tolleranza indiana si può almeno essere certi che non verranno né torturati né sommariamente giustiziati; in genere se ne riempono dei camion e li si portano nella foresta.
Le mucche che vengono catturate, in media un paio al giorno, vengono invece portate in una specie di stalla pubblica, dove vengono tenute finché il proprietario non viene a reclamarle, previo il pagamento di una salata multa.
Ovviamente l’articolo del giornale evidenziava le condizioni pietose della stalla comunale e il sovrappopolamento, seppur questo non sia da vedere come un problema: quando non ci sarà più spazio, smetteranno di catturarle per un po’ e le mucche potranno girare indisturbate.
Per concludere, vogliamo infatti far notare che la presenza, nel mezzo del traffico indiano, di una mucca che rumina col suo sguardo serafico, o che allatta amorevolmente il suo vitellino, aiuta a sviluppare una notevole pace interiore più di quanto possano fare libri e manuali di spiritualità.

lunedì 4 giugno 2012

LUNA PIENA -- Vesakha Puja -- lunedì 4 giugno 2012.

Quando sinceramente apprezziamo
la benefica purezza delle nostre azioni
siamo ricolmi di gioia;
sia ora che in futuro
celebriamo la gioia.

  Dhammapada strofa 16

La nostra comprensione iniziale degli insegnamenti del Buddha può
portarci a pensare di dover sempre evitare l’attaccamento. Una
comprensione più sottile rivela in quello sforzo una mancanza di
purezza: l’attaccamento all’ideale che non ci si deve attaccare. Non
che sia sbagliato, solo, è un approccio iniziale, e se pratichiamo
bene, arriveremo a capire che non porta alla libertà dalla sofferenza.
Quando iniziamo veramente a lasciar andare l’attaccamento, incluso
quello ai nostri preziosi ideali, quello che scompare non sono le
nostre sane aspirazioni, ma l’ignoranza della realtà del qui e ora.
Iniziamo ad apprezzare che quando c’è gioia possiamo goderla,
pienamente. E quando arriva la sofferenza, possiamo accettarla,
pienamente, e imparare qualcosa di più della vita. Impariamo
osservando gli effetti delle nostre abitudini ad attaccarci, che è ben
diverso dalla semplice idealizzazione del non-attaccamento. E possiamo
aver fiducia che l’integrità che nasce dall’osservazione dei precetti
si prenderà cura di noi. Nella misura in cui smettiamo di ignorare la
realtà di questo momento ci sentiamo in grado di abbandonarci
totalmente a questo momento.

Con Metta
Bhikkhu Munindo

(Ringraziamenti a Chandra per la traduzione)

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Santacittarama
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sabato 2 giugno 2012

Il Caffe' filosofico su Viverealtrimenti: Heidegger

...Spiegato da Gianni Vattimo.
Per riprendere il bandolo delle puntate precedenti del Caffè filosofico su Viverealtrimenti, cliccarequi!

venerdì 1 giugno 2012

Dall'Economia Poetica alla SalvAvanguardia.

Ho il piacere di lasciare spazio ad un progetto ampio ed articolato degli amici Mario e Giulietta che, tra gli altri, hanno anche un bel rapporto di collaborazione con il Progetto Viverealtrimenti.
Buona lettura!

Siamo Giulietta e Mario e facciamo parte della corrente artistica della SalvAvanguardia, salvaguardia dell'ambiente e della cultura e avanguardia umana e artistica; con l'Economia Poetica, progetto di vita e culturale, facente parte della RIVE, Rete Italiana Villaggi Ecologici, portiamo avanti un' OperAzione Artistica territoriale dando valore ai beni comuni e relazionali.
Ispirandoci a Joseph Beuys... "Il concetto di arte sarà inteso in senso antropologico come ARCHITETTURA SOCIALE creata da più persone"
ogni azione è portatrice di bellezza e armonia, in un ottica Eucratica (dal greco Eu: bene, bello) dove il sano e saggio principio governa i nostri animi e muove i nostri passi.
Applichiamo le 3T dell'Economia Poetica (Trasformazione, Trasitiva, Territoriale) e le 8 R della Decrescita (Rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare) e le 7 Leggi spirituali del successo di Deepak Chopra.
Questi sono ingredienti fondamentali della nostra poetica di vita e tutto il nostro Operato ne è impregnato.
Coinvolti in diverse attività sul territorio abruzzese diamo vita a ambienti abbandonati, quartieri dormitorio, nello specifico operiamo a Molino San Nicola (Bellante, Teramo), quartiere circolare immerso nel verde sulle rive del fiume Tordino. Insieme ai sensibili abitanti abbiamo dato vita al Comitato di Quartiere (www.molinosannicola.eu) che si fa promotore di tutte le esigenze dei cittadini, stanchi di aspettare partiti lenti e macchinosi, arricchendo lo spazio e gli animi di belle iniziative, valorizzando il bene comune e intessendo relazioni umane. Siamo partiti da un porta a porta, e un pranzo sociale..ora la popolazione è diventata attrice sociale e responsabilizzandosi è pronta a ridisegnare l'immaginario!
Operiamo anche nella Riserva del Borsacchio, Roseto..con un RistoPorto: Itaca..un bivacco sul mare.
Con gli abitanti della zona, in particolare un' associazione (L'AngoloC) e pellegrini di passaggio abbiamo costruito un accogliente luogo di ristoro, punto di partenza per sensibilizzare la gente a un passaggio più saggio, mettendo dei secchi della spazzatura, proponendo delle raccolte di rifiuti, informando della preziosità di quello che ci circonda e come ogni nostro atto può modificare la realtà.
Ed ecco Pangea, terra di amici che aspirano a creare una situazione comunitaria, ospitano anche un circolo Blues e fanno musica e ritrovi..noi li sosteniamo collaborando attivamente con loro e proponendo metodi di comunicazione alternativi, atti a fluidificare e armonizzare sentimenti e bisogni di ognuno e del luogo.
Il nostro scopo è creare Rete..che sorpassa le Rate..ed è per questo che abbiamo formato la R.E.A. Rete Ecologica Abruzzese, un occasione di confronto delle varie realtà sul territorio, da coausing, a ecovillaggi, a singoli, artigiani, contadini, artisti, attori..tutti coloro che vibrano nello stesso sentire sono ben accolti, per lo scambio delle arti e dei mestieri...ovviamente si lavora presso L'Assoluto..l'Universo ripagherà il tutto...è funziona a meraviglia!!
Perciò in una Economia Poetica: Baratti, Scambi...sul piano materiale
e Barconote sul piano relazionale: una fattispecie artistica di valore infinito, ispirata da Giacinto Auriti (Scec) e trasformata.
Passata in dono, come una barca che passa di mano in mano nell'oceano umano, riconosce il valore illimitato e gratuito dello scambio presente, tra due o più persone, di Sensibilità e Empatia al mondo. Rende Responsabile e Consapevole chi la riceve di essere portAttore ogni istante di questa bellezza e gli ricorda di manifestarla ovunque e comunque.
Porta al suo interno delle informazioni relative a luoghi o eventi sul territorio Italiano atti ad arricchire il patrimonio comune: relazionale e materiale;
spostando l'immaginario si trovano nuove soluzioni e opportunità di vita...
Stiamo Operando con il C.I.R. Corrispondenze e Informazioni Rurali, Rete esistenete da più di 15 anni, nel supportare con un mutuo appoggio le realtà nascenti,
rivolte verso l' autoproduzione, ecoreversibilità, sostenibilità, valori comunitari, nuovi modi relazionali e comunicativi più efficaci e soddisfacenti (comunicazione empatica, ecologica, metodo del consenso..), rapporti con la terra più rispettosi (l'orto sinergico e la permacultura), stessi valori della R.I.V.E., con la differenza che questa rete interviene con 2 raduni all' anno, chiamata dal luogo che fa trovare tutto il materiale pronto e alla fine di ogni incontro esce un giornalino, appunto il C.I.R.. Si mantiene con le offerte libere dei partecipanti e si autogestisce interamente.
Ora passetto dopo passetto le varie reti sul territorio italiano, Cir, Rive, Genuino Clandestino, Campi Aperti, Terra Terra, Decrescita felice, Mag, Gas, Des...e tanti tante altre si stanno unendo in un ottica di Rete delle Reti, dove la diversità è la ricchezza...ma prima l'inizio è dentro di noi, consapevoli di essere NOI attori sociali, "ognuno vale ed è fondamentale!" con le nostre scelte possiamo trasformare la realtà che ci circonda..tutto è come è perchè NOI ci siamo distratti..lavoro, figli, mutui, soldi..cibo...ci siamo DeResponsabilizzati..dando in mano a chi? Ora è arrivato il momento di rimettersi in gioco..sulla scena ATTORI SOCIALI Scolpiamo la società a nostra immagine e somiglianza!! Operiamo dentro di noi e intorno a noi, nel nostro territorio, quartiere, provincia e regione..si parte dal piccolo e si espande ovunque dalla riva all'orizzonte sull'intero contintente e un efetto risonante che unisce i destini eleva i cammini e fa degli incontri empatici la viva ricchezza di tutti!
ep
se
sat
ta

grazie per l' ascolto..buon cammino